• Italian
  • English
logo I corsi della nevaia
ORIGINI & STANDARD: ORIGINI

Le remote origini

Parlare, anche solo per cenni, delle origini del Cane Corso significa inevitabilmente intrecciare alle nozioni cinologiche, apprese magari per sola passione, sensazioni ed emozioni talvolta irrefrenabili e sorgenti dall'inconscio, talvolta invece governabili e giustificabili agli occhi di chi appassionato non è. Questo gruppo di sentimenti non deve essere disperso, specie nella delicatissima fase del recupero di una razza.
A inseguire il sentiero del tempo, i secoli si dipanano i n sequenza, la memoria si offusca e la scrittura diventa generica e ripetitiva. Nel Corso sopravvive il cane ancestrale, il lume tutelare "per cui il mondo sussiste", come arditamente dichiarò ventisette secoli or sono Zarathushtra (Iran, VII secolo a.C.). Nel suo sguardo severo oscillano gli archetipi, dal Tibet agli assiro-babilonesi.
La sua stirpe annovera il Canis pugnax, di cui ci parla Lucio Giunio Moderato Columella (I-II secolo d.C.) nel De re rustica, migrato nell'Urbe dalla Macedonia sconfitta nel 168 d.C. e vanta altrettanto nobili rami paralleli, tra i quali i pugnaces Britanniae, pervenuti da Sidone e da Tiro alla remota Inghilterra attraverso le navi degli intrepidi fenici.
Le cose probabilmente non sono andate così, o non così semplicemente. C'è da guardare con qualche discernimento l'orientarsi delle ricerche dei naturalisti, le quali ci conducono, attraverso la Macedonia, immancabilmente verso la Mesopotamia, fino a Pamir, al Karakorum, alla valle dell'Indo. C'è da chiedersi se il cane molossoide provenga così decisamente dall'Oriente, oppure se le teorie di Buffon e di Megnin e degli altri, appoggiate agli appigli piuttosto deboli e certamente gonfiati degli scrittori (da Aristotele a Erodoto e Plinio), o alle immagini più sicure di placche e bassorilievi, di statue e di tavole, orientino i reperti con eccessiva rigidità verso est.
Quello che risulta certo, in quanto documentato con dovizia quantitativa e di particolari, nella protostoria del Cane Corso, è che da sempre un molosso più agile e snello si distingueva da un molosso più pesante e massiccio. Una rassegna iconografica essenziale basterà a chiarirci le idee.
Il molosso colossale, nel bassorilievo reperito durante gli scavi effettuati nella località della biblica Ninive (850 a.C.) e conservato al British Museum di Londra, giunge con la testa al petto del custode che lo conduce al guinzaglio: la muscolatura appare persino abnorme e la giogaia ondeggia abbondante sopra al collare. Ma altri bassorilievi assiri (VII secolo a.C.), conservati nel medesimo museo londinese, raffigurano molossoidi a stento trattenuti dai custodi o sguinzagliati alla caccia degli onagri, più asciutti e più alti sugli arti, dal collo poderoso a sezione ovale, senza giogaia o con qualche accenno di essa, dal ventre dolcemente rimontante e dalle coste marcatissime nello sforzo della rincorsa e della presa. Bartolomeo Pinelli (1781 – 1835), il pittoresco incisore di Roma e della campagna romana, "firmava" le proprie incisioni inserendo ovunque i mastini. Se la sagoma del cane con i briganti appare coincidere con l'attuale mastino napoletano (ventre e dorso paralleli, giogaia pronunciata…), le figure di cani che azzannano tori e cristiani o che si avventano l'uno contro l'altro si avvicinano invece al Cane Corso.
L'incisore, infatti, marca il loro nevrile dinamismo con i tratti della potenza e dell'agilità: le teste sono massicce, i musi un po' più lunghi, il tessuto vi aderisce senza pieghe, il ventre è leggermente retratto, il tronco è solcato a chiaroscuro dalla plastica e marmorea muscolatura.
Molte iconografie offerte dagli appassionati cultori del mastino napoletano deviano implacabilmente verso un molossoide più leggero e asciutto. Per limitarsi al bellissimo libro di Mario Zacchi (Il molosso italiano, 1983), i particolari dei sarcofaghi romani del II secolo d.C., la straordinaria statua di Persepoli del periodo achemenide (V secolo a.C.), l'antichissima tavola sumerica del II millennio a.C., raffigurano più Cani Corsi che mastini napoletani. Se, insomma, dovessimo effettuare una rassegna completa, con l'ausilio dell'enciclopedica indagine di Michel Villemont (Il grande libro del cane, Novara 1971), delle illustrazioni del Buffon (l'illustrazione titolata Le dogue, nella sua Historie naturelle, è un Cane Corso quasi perfetto!) e di altri naturalisti e, ovviamente, dell'enorme quantità di materiale iconografico (rilievi, miniature, maioliche, presepi, incisioni…), i calchi del molosso nel bassorilievo di Ninive si conterebbero – crediamo – con le dita di una mano.
Con ciò siamo entrati nel terreno minato di una vecchia polemica che contrappone i cinofili in schiere armate l'una contro l'altra. Echi espliciti si trovano, per esempio, nella già citata opera di Mario Zacchi, allorchè, di fronte alla più voluminosa mole (e quindi "classicità") del mastino napoletano, si gettano titoli di dispregio ("sottorazze") per molossoidi di minor peso corporeo. Da questo infido terreno, tuttavia, noi intendiamo uscire subito. E senza ombra di polemica, poiché il mantenimento della stazza enorme, e, in subordine, della stazza considerevole è sempre risultato prezioso e difficile, come attesta Oppiano di Siria (III secolo d.C.) nelle sue raccomandazioni a salvaguardare, negli incroci, le moli più imponenti.
Ricordiamoci della facile tendenza a deformare degli scrittori, assecondata dalla propensione degli appassionati, trasportati dalle ali dell'entusiasmo. Come erano i due cani di straordinaria grandezza, donati ad Alessandro Magno dal re Paurava, di cui ci narra Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.) nella sua Naturalis historia?
Uno di questi due riuscì – a sua detta – ad abbattere un leone e a fiaccare un elefante! Eppure Strabone, greco trapiantato a Roma intorno al 45 a.C., offre una notizia più proporzionata e dichiara che servono quattro molossi per opporsi a un leone. Marco Polo (1254 – 1324) segnala, nel Milione, la presenza in Tibet di "mastini grandi come asini". Eppure valga anche quel che segue, nel senso dell'agilità, della corsa e della resistenza: questi cani enormi "sono buoni da pigliare bestie selvatiche".
La testimonianza scritta può essere come un'immagine fotografica in primo piano, senza rapporti, senza possibilità di confronto, oppure in prospettiva deformata e deformante.
In ogni caso è bene fissare le funzioni del cane che, sole, possono farci intuire le proporzioni ed è opportuno evitare l'irrisolvibile questione della primogenitura, poiché essa rischia di diventare come quella ben nota dell'uovo e della gallina.
I procuratores cinogiae, nella Roma antica, convogliavano dall'immenso impero nell'Urbe i cani, distinti in celeres (che rincorrono la selvaggina), pugnaces (che attaccano la selvaggina) e villatici (di guardia nelle fattorie): tipologie ampie e -diremmo oggi- approssimative, alle quali potremmo applicare grossomodo l'attuale levriero, il corso e il mastino napoletano.
I tinuci sono la variante orientale dei procuratores romani, di cui ci racconta ancora Marco Polo. Per loro opera, cinquemila e più cani venivano impiegati nelle splendide cacce del sovrano agli orsi e ai porci selvatici.
Bastino dunque le vetuste immagini e le antiche testimonianze scritte, che ci trasmettono in generale l'esistenza millenaria dei molossoidi in azione di inseguimento e di guardia, di caccia e di presa. Senza dedurre stirpi canine, improbabili nella loro determinatezza, limitiamoci a dire che da lì proviene anche l'attuale Cane Corso, in quel parallelo così sensibile e significativo con lo svolgersi delle civiltà umane e con l'origine indoeuropea della nostra lingua. Attraverso quale via egli sia giunto a noi è altra questione, dibattuta e, forse, insolubile. Le alternative delineano tragitti arcaici, che dal Tibet si indirizzano verso la Cina, verso l'India e, finalmente, verso l'Europa: migrazioni e movimenti più o meno antichi che coinvolsero gli assiri, i fenici, gli epiroti, i romani e i barbari. Si tratta di linee abbastanza dirette se – come abbiamo visto – il Cane Corso ha seguito, da est a ovest, la stessa vicenda del suo nome di matrice greco-romana; si tratta invece di strade più tortuose se l'origine del nome è celtica; e di strade più recenti, se corso è di origine provenzale, alludente alla presenza assai nota nel nostro Mezzogiorno dagli Angioini, tra XIII e XV secolo.
Sono solo ipotesi più o meno fondate, che non scalfiscono tuttavia la nobile eredità che scorre nel sangue del Cane Corso e che lo accompagna dal vasto orizzonte della protostoria dentro la sua storia già plurisecolare, a tutela dei palazzi dei nobili, dei conventi e delle masserie, a guardia del bestiame, degli uomini itineranti, nella caccia del porco selvatico, nel confronto ardito con orsi e lupi. Il tempo si approssima all'attualità.
Immaginiamoci la Capitanata di fine secolo, la terra di Puglia, il Sannio, la Lucania, la Calabria e la Sicilia. Immaginiamoci le mandrie, l'epoca delle transumanze e quella stanziale, i recinti e il pascolo. Immaginiamoci le attività collaterali ai ritmi sacri della dura e lenta vita bucolica italiana: carri, carrettieri e macellai. E anche gabellieri e briganti...
Il Cane Corso sta qui da secoli, a tutelarci da rapaci e rapinatori. Ma vi sta in un territorio franto, aspro e chiuso, separato dai confini regionali e dai limiti geografici, dalle barriere naturali, fio alle minime pieghe e dirupi. Si dovrebbe parlare, a proposito, di "isola di conservazione" del Cane Corso, in senso morfologico e funzionale. L'utilizzo del Cane Corso sarà tuttavia argomento riservato ad altra parte di questo libro.
facebook
guestbook
contatti
  • Fédération cynologique internationale
  • Ente Nazionale Cinofilia Italiana
© I Corsi della Nevaia 2009 - Tutto il materiale presente nel sito è protetto dal diritto d'autore. Tutti i diritti sono riservati.
Via della Nevaia, 3 - 60020 Polverigi (AN) - Tel/Fax 071.9068155 - Cel. 348.2283881 - International Number: +39 347.6540264