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ORIGINI & STANDARD: STORIA

Il nome

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Cane Corso significa cane guardiano della proprietà recintata. Infatti corso, ossia "del recinto", è parola che attribuisce al nostro cane la funzione primaria e per antonomasia di guardia attenta e strenua della proprietà.
Corso non significa dunque "della Corsica", come erroneamente ancora recita il monumentale vocabolario Battaglia ("grosso cane di indole feroce, originario della Corsica"). È invece una parola d'auguste tradizioni e che appartiene al lessico d'uso del meridione d'Italia, in particolare della Puglia, con qualche variante, come quella alto-lucana (cane-corsicano), e anche con qualche alternativa, come il calabro-lucano cane guzzo o il siculo dogo di Sicilia.
A suo tempo, il professor Giovanni Bonatti, zootecnico di grande valore, in lunghi colloqui aveva manifestato al dottor Stefano Gandolfi qualche perplessità sull'aggettivo corso da attribuire al nostro cane, poiché, a suo parere, veniva da sempre riferito genericamente al molosso italiano. E, ad ogni modo, egli riteneva che il termine si dovesse riportare ad un'antica matrice celtica o provenzale e che significasse "robusto", come dimostrerebbe la sopravvivenza nell'aggettivo inglese corbe, ossia "grossolano", "ruvido" (contrapposto a fine, ossia "minuto", "sottile").
Un'altra ipotesi appare più plausibile: il già menzionato dottor Gandolfi propone come matrice il sostantivo latino cohors, ossia la romana "coorte" pretoria; il che suggerirebbe un'antica funzione di guardia del corpo affidata al nostro cane. Altri ravvisano in corso una certa consonanza con corsiero, nel senso che ad un tipo di molossoide pesante e stanziale (per esempio l'attuale mastino napoletano) si contrapporrebbe appunto un tipo di cane più leggero e agile, in grado di raggiungere la preda o di percorrere ampi tratti di strada a fianco di gabellieri e carrettieri o a protezione delle mandrie durante la transumanza.
Queste due ultime ipotesi ci conducono – com'è evidente – a contenuti morfologici e soprattutto funzionali, che sono in definitiva le ragioni storiche della presenza del cane nelle diverse società umane: perciò ogni congettura siffatta finisca per cogliere una sia pur parziale verità.
L'avvistamento dell'etimo apre molti spiragli, ma non risolve tutte le perplessità inerenti al nome e alla sua concreta immagine. Del resto, come non pensare ad altre analoghe titubanze concernenti termini assai consolidati nell'uso e nella classificazione, come lo stesso molosso (i Molossi furono un popolo di probabile origine macedone, stabilitosi dal 1200 a.C. in Epiro), titolo che può a ragione apparire di troppo stretto passaggio storico-geografico; o come mastino (formatosi dal tardo latino mansuetinus), giudicabile al contrario troppo generico, poiché applicabile ad ogni rampollo del Canis familiaris?
Quando, qualche anno fa a Stefano Gandolfi o a Giancarlo Malavasi, della città del grande Virgilio, e, ancor oggi, ai tanti cultori della razza sparsi in tutta Italia e anche oltre le Alpi, si pose e si pone con ardua concretezza il recupero del Cane Corso, la questione del nome non è mai stata di pura ed oziosa erudizione, anzi era ed è legata strettamente all'impresa stessa della rinascita. Il termine corso appare rispettoso del nome da sempre impiegato per indicare il nostro cane proprio nei luoghi della sua massima diffusione e del suo impiego più intenso. E sembra l'etichetta più convincente, applicata nel punto esatto in cui s'intersecano alcune linee cinologiche fondamentali: la linea separativa, che diversifica con decisione ed estrema chiarezza il Cane Corso da altre razze affini, in particolare da altri tipi molossoidi pur presenti e impiegati nell'Italia del sud.

Il nome nelle testimonianze scritte

La parola corso compare nelle testimonianze scritte a partire dai primi anni del XVI secolo, da subito legata strettamente alle funzioni della caccia e della guardia. La usa Teofilo Folengo (1491-1544) che tratteggia il Cane Corso nel mortale assedio all’orso o al leone ferito dal cacciatore; in quest’ultimo caso il Corso è posto in alternativa assai interessante al molosso (“canes inter seu corsos sive molossus”). Niccolò Machiavelli (1469-1527) impiega il Cane Corso in un enigmatico e incompiuto poemetto, intitolato L’Asino: “Vidi una volpe maligna e importuna che non truova ancor reste che la pigli; e un can còrso abbaiar alla luna”.
Lo svizzero Konrad von Gesner (1516-1565), nella Historia animalium, che è – si può dire – il primo trattato moderno di zoologia, tratta piuttosto ampiamente del Cane Corso. Benché equivochi sull’origine del cane (deriverebbe, cioè, dalla Corsica), offre una descrizione meticolosa della testa grossa e del labbro superiore pendente (“cervice et capite maximum, labro superiori super inferius dependente”), della forte dentatura, del collo muscoloso e del petto ampio (“acutis dentibus, collo tumente, pectore amplo”), delle dita arcuate e delle unghie forti e ricurve (“duris ac curvis unguibus”).
Questa condizione morfologica è del tutto finalizzata alla caccia grossa, quindi a fattori caratteriali e funzionali assai marcati: il Cane Corso è audacissimo nel raggiungere e nell’affrontare in un mortale corpo a corpo gli animali selvatici (“sunt feroces inprimis et ad quaecqumque animalia invadenda capiendaque audacissimi”). Grazie alle possenti articolazioni il Cane Corso aderisce al suolo con massima stabilità, afferra tenacemente la preda e la abbatte (“ut solo inhaerere magis possint, quo validius feram prosternant coonculcentque”).
Tito Giovanni Scandiano, nel Poema della caccia (1556), ritrae il Cane Corso nel poderoso assalto e nella formidabile presa (“per assalire, mordere e tener cinghiali, orsi e lupi”).
Nel poemetto Leporea (1628), scritto in onore del cardinale Scipione Borghese, per la villa da poco terminata in Roma, ritroviamo il nostro, a fianco dei levrieri, nella caccia ardita:
Qui li ciechi lepier e corsi
Can, di ferocità rabiosa armati,
affrontar lupi, apsi, leoni et orsi
co’ i cacciatori suoi vedrete entrati.
Minà Palumbo, nei Mammiferi di Sicilia (1868), separa il molosso (“Canis molossus”: nome volgare “Cani corsu inglisi”) dal mastino e interpreta il nome corso come volgarizzazione di quest’ultimo (“Canis mastivus”: nome volgare “Cani corsu”); inoltre propone una descrizione morfologica succinta e tendenziosa (“testa ottusa, e corta, muso molto grosso, orecchie all’apice pendenti, peluria cinericcia, fasciata obliquamente di nero, poca intelligenza”).Morso e cipiglio giungono persino al proverbiale.
Giovanni Verga, nei Malavoglia (1881) dice “Morde peggio di un cane corso”; il Tommaseo, nel suo vocabolario, propone la metafora “Can corso, uomo di aspetto e attitudine fiera”.
Riserviamo all’estrema postazione, in questa breve rassegna, due testimonianze poetiche. La prima appartiene ad Erasmo di Valvason (1523 – 1593), letterato trasferitosi dal suo feudo in Friuli alla corte mantovana dei Gonzaga. Nel suo poema didascalico La caccia (1591), comprende nel termine corso sia un tipo di mastino pesante, sia un tipo più leggero, adatto all’inseguimento – oltre che alla presa – dell’orso, del lupo e del cinghiale. Ecco la descrizione efficacissima di quest’ultimo:
Come il veltro sia destro et sia spedito
Ma di persona più gagliarda et magna:
sia grosso, ma non grave od impedito
da tanta mole, che la lena fragna;
abondi di grand’osso et di gran nerbo
et sia facile a l’ira, aspro et superbo.
Si noti che il Valvason, per descrivere il Cane Corso, meglio non trova che stabilire confronti con gli estremi opposti: da una parte, espressamente, con il veltro (grossomodo l’attuale levriero), di cui possiede l’agilità ma non l’esilità fisica; dall’altra, implicitamente, con il cane di grossissima mole (sul tipo del mastino napoletano o del mastiff inglese), dalla cui pesantezza si distanzia per liberarsi nella corsa resistente e nevrile.
La seconda testimonianza appartiene a Giovan Battista Marino (1569 – 1625). Il mito d’Atteone, formidabile cacciatore, mutato per vendetta da Artemide in cervo e quindi rincorso e sbranato dai suoi stessi cani, accende la fantasia fervida e la pirotecnica abilità formale del poeta.
Nell’omonimo idillio incluso nella raccolta La sampogna, Marino organizza la descrizione della caccia ad Atteone, e scrive tra l’altro:
I veltri liberi e franchi
sono i primi alla pesta.
Più lontani e più lenti
vengon gli alani e i corsi.
Seguono i medi e i persi
temerari e ardenti...
Segue un elenco di razze tanto sovrabbondante da esaurire l’intero popolo canino.
Quello che va sottolineato comunque è la presenza del Cane Corso, colto nell’azione tumultuosa dell’inseguimento, appena più lento dei veltri, eppure potente, tenace e irriducibile.
In ambedue le descrizioni del nostro potremmo anche oltrepassare alcuni aspetti importanti (l’efficacia descrittiva, i particolari anatomici in funzione della caccia grossa per cui è adibito il Corso…) e giungere immediatamente all’essenziale: il bagliore complessivo della figura del Cane Corso, l’impressione totale, che ancor oggi colpisce e affascina il “corsista”, è l’assenza di qualunque eccesso morfologico, anzi la compresenza mirabile ed equilibrata d’elementi opposti, quali la velocità e la forza, l’agilità e la resistenza in un corpo possente e massiccio.

Brevi cenni storici

È discendente diretto del Canis pugnax (molosso) romano, del quale rappresenta la versione leggere impiegata per la caccia alla grossa selvaggina e quale ausiliare bellico.
Per secoli è stato prezioso compagno delle genti italiche che lo hanno utilizzato per la guardia della proprietà e del bestiame, per la caccia e per la difesa personale.
Diffuso un tempo in tutta la Penisola, come una vasta iconografia e storiografia testimoniano, ha trovato un’ottima isola di conservazione in Puglia, Lucania e Sannio. Deve il suo nome al latino cohors, che significa guardia, protettore.
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