La parola corso compare nelle testimonianze scritte a partire dai primi anni del XVI secolo, da subito legata strettamente alle funzioni della caccia e della guardia. La usa Teofilo Folengo (1491-1544) che tratteggia il Cane Corso nel mortale assedio all’orso o al leone ferito dal cacciatore; in quest’ultimo caso il Corso è posto in alternativa assai interessante al molosso (“canes inter seu corsos sive molossus”). Niccolò Machiavelli (1469-1527) impiega il Cane Corso in un enigmatico e incompiuto poemetto, intitolato L’Asino: “Vidi una volpe maligna e importuna che non truova ancor reste che la pigli; e un can còrso abbaiar alla luna”.
Lo svizzero Konrad von Gesner (1516-1565), nella Historia animalium, che è – si può dire – il primo trattato moderno di zoologia, tratta piuttosto ampiamente del Cane Corso. Benché equivochi sull’origine del cane (deriverebbe, cioè, dalla Corsica), offre una descrizione meticolosa della testa grossa e del labbro superiore pendente (“cervice et capite maximum, labro superiori super inferius dependente”), della forte dentatura, del collo muscoloso e del petto ampio (“acutis dentibus, collo tumente, pectore amplo”), delle dita arcuate e delle unghie forti e ricurve (“duris ac curvis unguibus”).
Questa condizione morfologica è del tutto finalizzata alla caccia grossa, quindi a fattori caratteriali e funzionali assai marcati: il Cane Corso è audacissimo nel raggiungere e nell’affrontare in un mortale corpo a corpo gli animali selvatici (“sunt feroces inprimis et ad quaecqumque animalia invadenda capiendaque audacissimi”). Grazie alle possenti articolazioni il Cane Corso aderisce al suolo con massima stabilità, afferra tenacemente la preda e la abbatte (“ut solo inhaerere magis possint, quo validius feram prosternant coonculcentque”).
Tito Giovanni Scandiano, nel Poema della caccia (1556), ritrae il Cane Corso nel poderoso assalto e nella formidabile presa (“per assalire, mordere e tener cinghiali, orsi e lupi”).
Nel poemetto Leporea (1628), scritto in onore del cardinale Scipione Borghese, per la villa da poco terminata in Roma, ritroviamo il nostro, a fianco dei levrieri, nella caccia ardita:
Qui li ciechi lepier e corsi
Can, di ferocità rabiosa armati,
affrontar lupi, apsi, leoni et orsi
co’ i cacciatori suoi vedrete entrati.
Minà Palumbo, nei Mammiferi di Sicilia (1868), separa il molosso (“Canis molossus”: nome volgare “Cani corsu inglisi”) dal mastino e interpreta il nome corso come volgarizzazione di quest’ultimo (“Canis mastivus”: nome volgare “Cani corsu”); inoltre propone una descrizione morfologica succinta e tendenziosa (“testa ottusa, e corta, muso molto grosso, orecchie all’apice pendenti, peluria cinericcia, fasciata obliquamente di nero, poca intelligenza”).Morso e cipiglio giungono persino al proverbiale.
Giovanni Verga, nei Malavoglia (1881) dice “Morde peggio di un cane corso”; il Tommaseo, nel suo vocabolario, propone la metafora “Can corso, uomo di aspetto e attitudine fiera”.
Riserviamo all’estrema postazione, in questa breve rassegna, due testimonianze poetiche. La prima appartiene ad Erasmo di Valvason (1523 – 1593), letterato trasferitosi dal suo feudo in Friuli alla corte mantovana dei Gonzaga. Nel suo poema didascalico La caccia (1591), comprende nel termine corso sia un tipo di mastino pesante, sia un tipo più leggero, adatto all’inseguimento – oltre che alla presa – dell’orso, del lupo e del cinghiale. Ecco la descrizione efficacissima di quest’ultimo:
Come il veltro sia destro et sia spedito
Ma di persona più gagliarda et magna:
sia grosso, ma non grave od impedito
da tanta mole, che la lena fragna;
abondi di grand’osso et di gran nerbo
et sia facile a l’ira, aspro et superbo.
Si noti che il Valvason, per descrivere il Cane Corso, meglio non trova che stabilire confronti con gli estremi opposti: da una parte, espressamente, con il veltro (grossomodo l’attuale levriero), di cui possiede l’agilità ma non l’esilità fisica; dall’altra, implicitamente, con il cane di grossissima mole (sul tipo del mastino napoletano o del mastiff inglese), dalla cui pesantezza si distanzia per liberarsi nella corsa resistente e nevrile.
La seconda testimonianza appartiene a Giovan Battista Marino (1569 – 1625). Il mito d’Atteone, formidabile cacciatore, mutato per vendetta da Artemide in cervo e quindi rincorso e sbranato dai suoi stessi cani, accende la fantasia fervida e la pirotecnica abilità formale del poeta.
Nell’omonimo idillio incluso nella raccolta La sampogna, Marino organizza la descrizione della caccia ad Atteone, e scrive tra l’altro:
I veltri liberi e franchi
sono i primi alla pesta.
Più lontani e più lenti
vengon gli alani e i corsi.
Seguono i medi e i persi
temerari e ardenti...
Segue un elenco di razze tanto sovrabbondante da esaurire l’intero popolo canino.
Quello che va sottolineato comunque è la presenza del Cane Corso, colto nell’azione tumultuosa dell’inseguimento, appena più lento dei veltri, eppure potente, tenace e irriducibile.
In ambedue le descrizioni del nostro potremmo anche oltrepassare alcuni aspetti importanti (l’efficacia descrittiva, i particolari anatomici in funzione della caccia grossa per cui è adibito il Corso…) e giungere immediatamente all’essenziale: il bagliore complessivo della figura del Cane Corso, l’impressione totale, che ancor oggi colpisce e affascina il “corsista”, è l’assenza di qualunque eccesso morfologico, anzi la compresenza mirabile ed equilibrata d’elementi opposti, quali la velocità e la forza, l’agilità e la resistenza in un corpo possente e massiccio.